Musica Classica on line - Notizie, eventi, biografie, musica & video sulla rete.

Musica Classica e opera di Classissima

Riccardo Muti

mercoledì 25 maggio 2016


Wanderer's Blog

21 maggio

“Manon Lescaut” di Puccini su Rai 5

WandererDopo l’esperienza recente della scomparsa di Tosca senza preavviso e spiegazione, annuncio con la dovuta cautela questa Manon Lescaut che dovrebbe andare in onda domani su Rai 5, con replica martedì. Come per Tosca è l’edizione diretta da Muti alla Scala di Milano. Fu trasmessa più volte e anche da Rai 5 e l’avevo già segnalata: https://musicofilia.wordpress.com/2012/07/29/manon-lescaut-di-puccini-scala1998-su-rai-5/ Vorrei precisare che dei link indicati quello dell’archivio del Corriere richiede ormai l’abbonamento per essere visionato. José Cura e Maria Guleghina © A. Tamoni Riporto la recensione di Giorgio Pestelli su La Stampa dell’8 Giugno 1998: A cominciare da Puccini, attorno alla sua «Manon Lescaut», tutti insistono sempre sulla passione italiana, sul grido dei sentimenti, contro le ciprie e i minuetti di quell’altra «Manon» di Massenet; ma a cent’anni dall’esordio del primo capolavoro pucciniano le cose non sembrano davvero così semplici: grazie, eleganze e spirito francesi (e anche orchestrazione) Puccini ne ha profuse a piene mani, e così pure rapidità di narrazione, maestria «europea» nell’assortire climi espressivi diversi, ironie e sprezzature; e in quanto a quella benedetta passione, che naturalmente ha la sua parte, sembra pure che risulti più vera a non assecondarla troppo, a non darci troppo dentro. E’ questa la prima lezione, unita al piacere dello spettacolo, che si ricava dalla «Manon Lescaut» diretta alla Scala da Riccardo Muti e Liliana Cavani; accolta con applausi e acclamazioni entusiastiche; ma non da tutti, tanto che all’apparire del direttore, fra il trionfo finale, si è sentito pure qualche fischio, spiegabile solo come segno di nostalgia per sentimenti gorgoglianti e vecchi atletismi lirici. Piuttosto si potrebbe avvertire la mancanza di una certa vena sensuale, ma al suo posto Muti e la Cavani fanno scoprire altri sentimenti per pareggiare i conti. Nella parte della protagonista c’è la prova eccellente di Maria Guleghina, una cantante e un’artista che passa dai toni ingenui, maliziosi, nostalgici (suo il primo grande applauso a scena aperta dopo «In quelle trine morbide») a quelli vibrati e drammatici; meno continua, ma sempre di grande classe l’interpretazione di José Cura nella parte del suo sfortunato innamorato; fraseggia da finissimo musicista, ma talvolta la sua voce è come stretta all’interno e qualche acuto risulta un po’ forzato; anche come attore, alterna momenti di grande presa, favorito dalla prestanza della figura, con altri di strana atonìa; come nel secondo atto, quando entra nel salotto di Manon (che l’ha tradito) come diretto altrove e come avesse altro per la testa. Perfettamente in parte Lucio Gallo come Lescaut e tutti gli altri, fra cui Luigi Roni e Marco Berti; magnifico il coro istruito da Roberto Gabbiani. Divisa classicamente nelle quattro sontuose scene di Dante Ferretti (indimenticabile il porto di Le Havre, in una luce livida, dominato dalle murate incombenti della nave), la regia della Cavani è essenziale, cruda e precisa; la scena dell’appello è un pezzo di bravura e così pure la tensione trasmessa al finale del secondo atto, con Manon che arraffa i gioielli mentre arrivano le guardie. Muti, per tenere tutto sotto controllo, ha guidato il serrato primo atto con una precisione un poco matematica; ma nel secondo, e poi ancora di più in terzo e quarto atto ha diretto il suo primo Puccini con commovente e illuminante. penetrazione, perfezione tecnica a parte. Ha dedicato la rappresentazione al suo maestro Antonino Votto; e l’occasione umana si è sentita nel fervore con cui ha ripensato e rinnovato l’opera. © La Stampa/ G.Pestelli M.Guleghina e Luigi Roni © A.Tamoni E quella di Michelangelo Zurletti su La Repubblica del 7 giugno 1998: Chiuso il sipario su uno degli spettacoli importanti della stagione, ci domandiamo come mai Riccardo Muti abbia aspettato trent’anni per affrontare Puccini, perché abbia indugiato così tanto a proporre un’opera come Manon Lescaut che evidentemente possiede a fondo. Diciamo che aveva paura. Non di Puccini ma del puccinismo. Non dell’ autore sofisticato che lavora di fino (già in quest’ opera di esordio) con motivi conduttori, con un gusto armonico non convenzionale e con un’ orchestra finissima ma dell’ uomo Puccini, molto più fragile ed esposto alle insidie del cattivo gusto; e abbia paura della convivenza stretta dei due in un corpo solo. Manon Lescaut, lo dicevamo ieri, sfugge a questi cedimenti al gusto piccolo borghese (come vi sfuggirà La Bohème) ma l’ autore è sempre quello, a un passo dalla caduta. Si vede che il teatro pucciniano attrae Muti, ma si vede anche quanto Muti lo tema: quelle accensioni immediatamente frenate, quel portare l’ attenzione soprattutto ai momenti orchestrali, a costo di spegnere un po’ le frasi più chiaramente affacciate sull’ emozione pura (“Eppur lieta, assai lieta un tempo fui”, “Manon, mi fai morire”, “Popolar le Americhe, giovanotto, desiate?”) sono le spie di un approccio interessato ma guardingo. Sono momenti che poi vengono realizzati benissimo, proprio perché privati dell’ enfasi solitamente concessa, resi più asciutti e attraenti. Il passaggio tra i diversi climi, poi, viene realizzato benissimo. Si pensi alla differenza fra il finto ma prezioso tono delle cerimonie da boudoir del secondo atto, con le danze e i canti rifatti con civettuola eleganza e quello cupo, nebbioso, untuoso del terzo: forse l’ atto più bello, sicuramente quello più lavorato. Il percorso tra gli atti è in salita, e gli ultimi due sono indimenticabili. Crediamo che con questo sistema Muti possa tranquillamente procedere nella sua visita pucciniana, dandoci, magari, un Tabarro o una Turandot altrettanto scavati e realizzati. Liliana Cavani fa, al solito, uno spettacolo di grande pulizia. L’ impostazione scenica di Dante Ferretti è tradizionale e meticolosa. Passiamo da una vera stazione di posta, con carrozze e tavoli all’ aperto (che ci facciano però tanti studenti e tante fanciulle a una stazione di posta, come in un ostello della gioventù, non sappiamo) a una dorata gabbia piena di stucchi e piume e specchi; vediamo poi la fiancata di un’ enorme nave (i velieri non manovravano a riva, ma non importa: il colpo d’ occhio è notevole) e infine un deserto di sassi moltiplicato dagli specchi laterali. Movimenti sobri e appropriati di coristi e comparse e splendidamente realizzato l’ ingombrante terzo atto con l’ appello delle donne perdutissime (e non ancora rassegnate), la sfrontatezza della loro passeggiata, i commenti della folla: mai vista tanta naturale tensione in un clima così ambiguo. E bellissimo, risolto in solo gioco di recitazione, l’ ultimo atto, con quella disperazione assoluta e la rappresentazione di un amore finalmente privo di lusinghe sociali, dichiarato e vissuto allo stato puro. La compagnia di canto è splendida. Maria Guleghina segue il percorso di Muti adattandovisi con grande naturalezza: dalla superficialità un po’ sbarazzina del primo e del secondo atto passa a una maturazione netta nel terzo e alla fine è disperata come conviene. Curatissima nel canto e nel gesto, raggiunge nel finale un’ intensità rarissima. E così Josè Cura che modula la sua bella voce con grande sensibilità di fraseggio, da vero musicista. E mai come questa volta viene ben delineato il personaggio di Lescaut, Lucio Gallo, imbroglione disinvolto ma anche premuroso e perfino affettuoso. Sottratto ai clichè del vecchio rimbambito e libidinoso anche Geronte risulta finalmente accettabile. Lo serve con professionale disponibilità Luigi Roni. Ma non possiamo dimenticare il Musico di Gloria Banditelli, l’ Edmondo di Marco Berti e l’ impagabile Maestro di ballo di Mario Bolognesi. E dunque applausi a non finire. E qualche fischio rivolto a Muti. Dicevamo ieri che la sua impostazione corre il rischio di dispiacere a quanti amano in Puccini soprattutto la componente corriva. Quei fischi sono la dimostrazione di tal tesi. Il che vuol dire che anche in un autore così frequentato, o soprattutto perché così frequentato, occorre ricominciare da capo, spiegandolo per quel che è e non per quello che alcuni vogliono che sia. © La Repubblica/M.Zurletti Maria Guleghina e José Cura ©A.Tamoni Se poi domattina va in onda un concerto sinfonico …. be’ sarà per un’altra volta.

Musica classica - Liquida

11 maggio

Milano, Riccardo Muti torna alla Scala dopo 12 anni

Milano, 11 maggio 2016 - Era uno degli eventi più attesi da melomani e amanti della musica classica. L’appuntamento da segnarsi in calendario è arrivato, annunciato dall’America: Riccardo Muti, dopo quasi 12 anni di assenza, tornerà a gennaio 2017 a dirigere un concerto al Teatro alla Scala. Anzi un doppio concerto, il 20 e il 21 gennaio. Non lo farà sul podio della...




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7 maggio

TOSCA di Puccini (Milano,2000) su Rai 5

Domani su Rai 5 andrà in onda Tosca di Puccini nell’allestimento andato in scena alla Scala nel marzo del 2000 con la regia di Luca Ronconi e la direzione di Riccardo Muti. Nei ruoli principali Maria Guleghina, Salvatore Licitra, Leo Nucci. Salvatore Licitra e Maria Guleghina © A.Tamoni Fu già trasmessa dalla stessa rete nell’agosto 2011 per commemorare Salvatore Licitra appena scomparso. Maria Guleghina (Vissi d’arte…) © A.Tamoni Una recensione di Paolo Gallarati sulla Stampa del 12 marzo 2000: Per la prima volta Riccardo Muti ha diretto «Tosca» alla Scala. L’attesa era vivissima, ed è stata ripagata da un’esecuzione fortemente caratterizzata. «Tosca» è divenuta sovente palestra di truculenze ed esagerazioni vocali e strumentali che hanno esaltato, oltre ogni ragionevole misura, la componente verista, indubbiamente presente nella partitura. Ma Puccini non era un volgare esponente della «giovane scuola». L’esecuzione di Muti va in senso esattamente opposto: ripulisce «Tosca» dalle incrostazioni accumutatesi nei tempi e, con un restauro capillare, restituisce alla partitura il suo colore originario. Che è tutto trasparenza, scintillio, mobilità di chiaroscuro. Bastava ascoltare, ad esempio, il fluire delle arpe in «Recondita armonia» e, in tutto il primo atto, l’acquatico movimento delle voci interne che spinge la partitura di Puccini ai confini con l’impressionismo francese, oppure la profilatura dei ritmi che, nel loro scatto, sembrano presagire «Petrushka»; e poi l’incupimento che avviene con la comparsa di Scarpia, lo slittare dei timbri nell’oscurità del registro profondo, densi e oleosi sotto gli squilli del Te Deum. Insomma, niente verismo, ma la perfetta restituzione di Puccini alla sua dimensione di raffinato musicista internazionale. Raramente, dunque, la partitura di «Tosca» è apparsa così intensa e squisita, anche se la proposta, avanzata da Fedele d’Amico, di collocarla accanto a «Salome», «Elektra» e «Wozzeck», rimane una provocazione: di Gran-Guignol pur sempre si tratta, anche se rivestito con abiti di Christian Dior. L’allusione alla modernità era esplicita nello spettacolo, già visto e ammirato anni fa, di Luca Ronconi: le scene sghembe e spiritosamente squinternate di Margerita Palli alludono ad un mondo precario, colto nel momento di un terremoto. Il barocco romano è comunque presente, e rispecchia nei colori, nei riflessi e nelle dorature, i preziosismi timbrici, la sontuosità melodica e il gusto pittoresco che Puccini sparge a piene mani, additando al pubblico, con senso infallibile del successo, come sanno piangere, soffrire, e morire bene i suoi eroi: perfido, dunque, e astuto conoscitore del mercato ma, proprio per questo, modernissimo. Così la fanfara trionfale che commenta il suicidio di Tosca l’altra sera ha chiuso lo spettacolo con l’ultimo, trionfale colpo di scena: e puntuali sono venuti gli applausi, misti a dissensi per i cantanti che erano quasi tutta all’altezza della direzione di Muti. Maria Guleghina è una Tosca appassionata e intensa, valorizza i propri mezzi vocali con buona tecnica, e solo se pronunciasse meglio le parole potrebbe mettere a frutto l’effetto teatrale di certe famosissime battute affidate da Puccini al puro suono della parola. Buono il tenore Salvatore Licitra che, dopo un inizio un po’ timido, ha cantato molto bene «E lucean le stelle» e il duetto finale, sorretto dall’orchestra che aveva la leggerezza di un tappeto volante. Ma ad un settore dei loggionisti, evidentemente, non è bastato, mentre, stranamente, Leo Nucci è passato quasi indenne attraverso una parte che lo ha visto controllato ed elegante come un ministro, più a suo agio nel firmare passaporti che nell’ordinare torture con il tono minaccioso e crudele che caraterizza, in «Tosca» il capo, perennemente eccitato, della polizia romana. © La Stampa/ P.Gallarati Leo Nucci © A.Tamoni E la recensione di Angelo Foletto su La Repubblica dell’11 marzo 2000: Un doppio centenario da festeggiare, per questa Tosca, in scena a un secolo quasi esatto dalla prima scaligera diretta da Arturo Toscanini, il 17 marzo 1900. Un secolo non passato invano, a giudicare dalla ricchezza di suono con cui Riccardo Muti ha fatto esplodere il tema di Scarpia che apre solennemente il capolavoro puccininiano. Come era prevedibile i contorni della lettura discografica di sette anni fa vengono rispettati. Ma la spazialità sonora e le dinamiche acustiche dal vivo suggeriscono fin dalle misure d’ avvio un respiro subito ancor più teatrale, scaldato da un’ enfasi drammatica che toglie il fiato. Stringata ma ampia la sigla caratteriale di Scarpia ha dichiarato quale ricchezza di colori e di intenzioni espressive la scrittura pucciniana ha saputo accumulare in questi cento anni di vita e di esecuzioni (128, solo alla Scala), testimoniando la sua natura moderna, più di quanto per troppo tempo le è stato riconosciuto. Del resto, per valutare appieno la vocazione novecentesca di Tosca, bastava il modo con cui Muti ha aizzato gli sghembi disegni del motivo di Angelotti: secco, ben contrastato, netto nell’ intrico di accenti inquieti come fosse un brillante passo stravinskiano. Del resto tutta la sua lettura, trattenuta con tempi mai precipitati ma vivacemente chiaroscurati, capace di soffermarsi sui controcanti strumentali con inedita forza, aveva un passo di straordinaria brillantezza e salda epicità drammatica pur rispettando le celebri oasi liriche. Il primo atto di Tosca, a cui si riferiscono queste note è stato accolto con un calore che meritava un debutto eccellente come quello di Muti. Ma anche l’ altro esordiente, il giovane Salvatore Licitra, Cavaradossi di presenza e voce fresca, ha ben superato l’ esecuzione ardua del “Recondite armonie”, abbandonandosi poi con languore misurato alla sensualità della Tosca di Maria Guleghina. L’ incisività anticha del sagrestano di Alfredo Mariotti, il piglio veemente ma asciutto di Leo Nucci hanno completato, con la sontuosa prestazione del coro, il quadro interpretativo molto promettente dell’ atto iniziale. © La Repubblica/A.Foletto



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7 gennaio

Un italiano in America e un americano a Torino…

Gianadrea Noseda Gianadrea Noseda è stato nominato (come aveva già segnalato gentilmente Pramzan) direttore della National Symphony di Washington. Rimarrà comunque direttore musicale al Regio di Torino. Riporto un’intervista di A.Mattioli su La Stampa del 5 gennaio u.s.: E adesso nascerà un asse musicale fra Torino e Washington. L’eroe dei due mondi è naturalmente Gianandrea Noseda e la notizia che lo riguarda è di quelle ghiotte: il direttore musicale del Regio assumerà la stessa carica alla National Symphony Orchestra, che ha appunto sede nella capitale federale. Contratto con clausole classicamente americane: nella sua prima stagione, la ’16-’17, Noseda sarà direttore «designato», poi direttore musicale dal ’17-’18 almeno fino al ’20-’21, con dodici settimane di presenza a stagione. L’annuncio ufficiale è previsto giovedì. Ma la notizia è stata anticipata dal Washington Post e Noseda la commenta da New York, dove sta dirigendo al Met la prima produzione deiPêcheurs des perles di Bizet vista lì da un secolo a questa parte. Contento, maestro? «Molto. Dopo l’esperienza con la Bbc, un’orchestra sinfonica mi mancava: in fin dei conti, sono partito da lì. E poi è importante lavorare sia con un teatro d’opera che con un’orchestra: importante per me e importante per loro». Per lei, di certo. Per loro, perché? «Perché spero che si creeranno delle sinergie fra il Regio e la Nso che, non dimentichiamolo, è l’orchestra della capitale, quindi l’orchestra è “nazionale” non solo di nome. L’anno scorso, ho portato con il Regio il nostro Guglielmo Tell in tournée oltreoceano, e con grande successo. I rapporti con il mondo musicale americano sono strategici per un teatro internazionale». Sinergie possibili o probabili? «Diciamo auspicabili e, per quel che mi riguarda, anche probabili». Il timore è che la scoperta dell’America preluda a un suo sganciamento da Torino… «Per nulla. Il contratto con il Regio è in vigore fino alla stagione ’18-’19 compresa, poi vedremo. Ma il mio incarico a Washington non toglierà nulla a quello a Torino, né per impegno né per presenza. Anzi, credo che sarà galvanizzante». Da qualche parte, però, il tempo per gli americani dovrà trovarlo. «Ridurrò la mia attività di direttore ospite, che ho svolto dal 2011 a oggi quando non lavoravo a Torino». Con i debutti appena celebrati a Salisburgo e con i Berliner, non è un peccato? «No, anche perché la direzione musicale di Washington dà chiaramente nuovo prestigio. I miei impegni come free lance diminuiranno magari di numero, ma di certo non come qualità». La bravissima Anne Midgette del «Washington Post» la definisce una «rising star», una stella crescente, fra i direttori. Ma lei non si sente già ampiamente cresciuto? «Di crescere non si finisce mai. E poi un direttore d’orchestra è misteriosamente considerato una promessa almeno fin verso i 55 anni. Poi diventa di colpo un “vecchio direttore”. Io ne ho 51 e hanno smesso di definirmi un “giovane” soltanto un paio di anni fa». Chi è il suo predecessore alla Nso? «Christoph Eschenbach». Beh, allora lei andrà bene per forza. «Questo l’ha detto lei. Io trovo che la Nso abbia un potenziale altissimo e molta voglia di crescere, il che mi piace molto: ho sempre scelto dei complessi che abbiano voglia di migliorarsi, di crescere, non che si accontentino di stare seduti sugli allori». Ma al Regio quando tornerà? «Intanto andremo insieme a Hong Kong, dove a fine febbraio dirigerò orchestra e coro del teatro nella Messa da Requiem di Verdi e in un programma sinfonico. Poi dal primo di aprile fino a tutto maggio sarò a Torino per la produzione della Donna serpente di Casella, cui tengo moltissimo». In piazza Castello come l’hanno presa, la nomina a Washington? «Ovviamente li ho informati e penso che a tutti abbia fatto piacere. Quando uno della famiglia, come dire?, amplia il suo raggio d’azione, gli altri sono contenti». Proprio tutti? «Sì, tutti». © La Stampa/A.Mattioli James Conlon James Conlon diverrà direttore principale della OSN Rai, che ha sede a Torino e proprio oggi dirigerà un concerto che prelude al suo futuro incarico. Un’altra intervista a Conlon: Molti, magari, l’hanno scoperto all’ultimo concerto di Capodanno della Fenice. Di certo, è il direttore che i torinesi ascolteranno di più negli anni a venire. James Conlon, 65 anni, newyorchese con il solito cocktail di ascendenti europei comprensivo degli immancabili bisnonni italiani, sarà dalla prossima stagione il direttore principale dell’Orchestra sinfonica nazionale della Rai. In questa, si porta avanti con tre programmi, il primo domani e dopo: Varèse, Schreker e laQuinta di Beethoven. Musicista di lunghissimo corso (per dire: il suo debutto all’opera fu propiziato da una segnalazione della Callas), Conlon parla un italiano quasi perfetto ed è uno di quegli stranieri che amano l’Italia più di noi. «Ricordo la prima volta che venni qui, negli Anni Settanta. Fu uno choc, di bellezza e di cultura. Ho amato subito l’Italia e da allora non ho più smesso». Però in Italia si viene a dirigere l’opera, non la sinfonica. E le orchestre italiane all’estero non hanno esattamente una buona fama. «Forse, ma non vuol dire che sia meritata. Però se la regola è questa, l’Osn Rai è l’eccezione. Si tratta di un’orchestra sinfonica di prim’ordine e riconosciuta come tale da tutti». Cosa le piace dell’orchestra? «Il senso innato del canto che hanno i musicisti italiani. È una cosa che non si impara». Ma in un’epoca di globalizzazione anche musicale esistono ancora delle caratteristiche nazionali? «Sì e no. Sì, perché comunque un’identità nazionale continua a esistere ed è qualcosa che va oltre la musica, è un dato culturale e sociale. No, perché ormai tutti ascoltano tutti e le orchestre non stanno più chiuse nelle loro città, senza confronti, come un secolo fa». Gli Usa sono pieni di direttori italiani, Luisi al Met, Muti a Chicago, adesso Noseda a Washington. Lei invece è l’unico americano in Italia. Perché? «Posso rispondere per me. La mia esperienza europea è cominciata come un piacere ed è diventata un’esigenza. Del resto, sono stato stabile a Colonia per tredici anni e all’Opéra di Parigi per nove. Per gli artisti americani ignorare l’Europa è un grave errore da tutti i punti di vista: musicale, culturale e anche personale». Che progetti ha per l’Osn Rai? «Credo che il compito di un direttore principale sia quello di mettere l’orchestra in condizioni di suonare bene tutto il repertorio, dal barocco alla contemporanea. Con il giusto equilibrio fra pagine e autori celebri e altri meno noti». Ma i suoi gusti personali li avrà. «In ogni orchestra dove ho lavorato stabilmente ho sempre diretto un’integrale di Mahler. E non potrei vivere senza Mozart». Però è un esperto dell’«Entartete Musik», la musica degenerata messa al bando dai nazisti. «Non mi considero uno specialista. La dirigo, come dirigo tutta la grande musica. Non credo che vada rinchiusa nel ghetto dei festival dedicati o delle rassegne a tema. La si deve eseguire nelle stagioni normali, perché è bella. E perché se non lo facessimo daremmo ragione postuma ai nazisti che la volevano cancellare». Veniamo a Torino. Tre cose che le piacciono della città. «Primo: la sua orchestra. Secondo: Torino è di una bellezza elegantissima e sorprendente. Terzo: cibo e vini sono favolosi». Un politico italiano di cui conosce il nome? «Ehm… Non seguo la politica. L’unico che mi viene in mente è Berlusconi». © La Stampa/A.Mattioli Da parte mia auguri di buon lavoro a entrambi.

Riccardo Muti

Riccardo Muti (28 luglio 1941) è un direttore d'orchestra italiano. Dal 1986 al 2005 è stato direttore musicale del Teatro alla Scala di Milano. Nel 2009 ha fondato e diretto la giovanile Orchestra Cherubini del Teatro Municipale di Piacenza; dal 2010 è Music Director della Chicago Symphony Orchestra.



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